Articolo a cura di Federico Pizzileo

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La figura del drago è sempre stata oggetto di fascino nella mente del popolo europeo ed euroasiatico.

Durante il tredicesimo secolo, in Islanda, questo simbolo consisteva non solo in una visione puramente immaginifica dell’uomo, ma in una vera e propria creatura che conteneva in sé pura conoscenza. 

Lo si può notare in analisi di saghe come Þiðreks saga af Bern e Þáttr af Ragnars sonum, in cui l’intento di utilizzo letterario di questa figura prevale notevolmente, molto più rispetto altri testi più nebulosi come la Brennu-Njáls saga.

Ma l’immagine del drago risale già a molto tempo prima. In epoca classica, Omero lo cita come animale serpentoide con zampe e ali, caratterizzato dalla vista acuta, forte come un leone e agile come un’aquila. Non è l’unico autore a parlarne, perché proprio un drago sorveglia il famoso Vello d’oro, citato nelle famose Argonautiche di Apollonio Rodio, oppure quando si parlò di Eracle e del drago Ladone, il cui corpo venne posto nel cielo, come Costellazione del Drago.

Nel corso dei secoli, di miti e di racconti che ruotano attorno a questa figura ce ne sono arrivati a centinaia, da tutta l’Europa ed Euro-Asia. In ogni caso, di fondamentale importanza quando si tratta di analizzare motivi ed elementi appartenenti alla nostra religione, è studiare approfonditamente anche l’origine dei termini.

Spilla del Drago da una tomba di Birka

Queste creature – i draghi – originariamente venivano identificati in Old Norse con i termini “ormr” e “linnormr”, cioè con nomi prestati dal latino draco, che a sua volta deriva dal greco δράκων. Ciò che però è davvero interessante notare è la prima attestazione di quest’ultima parola, che risale all’Iliade di Omero, come declinazione di δέρκομαι, ossia “vedere chiaramente”.

L’assunzione di questo termine come qualcosa di legato a una serpente è quindi molto interessante e soprattutto significativa.

Infatti, Evans (1) sottolinea la naturale connessione dovuta alla visione di questa creatura come guardiano del limite, come creatura che offre la possibilità di poter ottenere uno sguardo oltre la soglia e che in qualche modo che cinge l’intero destino del cosmo.

Come Niðhǫggr nei cieli e Jörmunngandr che si trova alle radici dell’Yggdrasill, così anche in altre cosmologie troviamo l’archetipo da cui tutto diviene, come suggerisce l’analisi di Zimmer in relazione a Shesha: “È una figura che rappresenta il residuo che rimase dopo che la terra, le regioni superiori e quelle infernali, e tutti i loro esseri, furono modellati e tratti dalle acque cosmiche dell’abisso.” (2)

Nell’analisi di questi due elementi della nostra mitologia ricollega in qualche modo a un’energia latente e serpentoidale che cinge l’intero Universo e che anela a una evoluzione; una rivoluzione che passa giocoforza da un riassorbimento del Cosmo nell’utero primordiale, nella matrice primaria dell’esistenza. In questa formula necessaria troviamo da un lato Jörmungandr che si morde la coda e che impedisce all’oceano cosmico di inondare il mondo, dall’altro Niðhǫggr che mastica le radici e che in ultima istanza porterà tra le sue piume i corpi dei morti. L’abile equilibrio che viene mantenuto tra i due permette la manifestazione sul piano dell’esistenza terrena.

L’energia che viene sprigionata e che fa capo alle figure serpentoidali è materialmente percepibile anche se non visibile, eterna e allo stesso tempo finita, appartenente a una dimensione spazio-temporale unica, che ha emanazione anche nella nostra sfera animica: il daimon.

Anche per queste ragioni la strega appare come un essere ambiguo, liminale, in continua comunicazione con i cieli e gli inferi, a partire dal modo in cui parla, che appare quasi sempre ambiguo. Volutamente ambiguo, proprio perché l’ambiguità permette di integrare i due e plurimi aspetti dell’esistenza, su tutti i piani possibili.

A tal proposito consiglio la lettura di questo nostro articolo: Il viaggio di Apophis tra gli archetipi del drago.

Tra gli animali simbolo in Scandinavia, sicuramente il serpente rientra nella schiera dei più dominanti. Le sue principali peculiarità si possono notare fin dalla sua forma contorta e oblunga, ma anche dalla natura mutevole, per cui viene ricollegato come simbolo di metamorfosi.

Quando questa sua caratteristica si unisce ad altre qualità naturali come la capacità di divorare interamente la sua preda, tutto diventa più completo.

I serpenti possono arrampicarsi sugli alberi, andare sottoterra, nuotare e scavare il terreno, creando veri e propri cunicoli e caverne, di piccole e medie dimensioni. Il loro ruolo rimane quindi essenziale in un’ottica di equilibrio naturale.

In più, secondo diversi miti Indoeuropei, il corpo del serpente ricorda la visione fallica e quindi si ricollega alla copulazione, all’atto del concepimento, dell’evoluzione e del proseguimento della stirpe.

La sua lingua biforcuta è collegata invece a ciò che è conoscenza e saggezza, spesso connessi a una soglia da oltrepassare.

Non c’è infatti da stupirsi se si legge come alcuni scaldi scandinavi, caratterizzati da nomi che ricordavano i serpenti, fossero degli oratori particolarmente persuasivi. Infatti, lo studioso Hedeager sottolinea: “È significativo che il nome personale Orm (serpente), come in Gunnlaug Serpent-tongue e Orm Barreyiarskjald, sia connesso all’atto del verbo. Per quanto l’evidenza possa sostenerlo quindi, Óðinn, a parte i veri serpenti, è l’unico individuo a ricevere questi nomi, e curiosamente questi nomi sono gli stessi di due serpenti che abitano con Niðhǫggr.” (3).

Un altro elemento naturale proprio del serpente è il suo veleno. Senza dubbio rappresenta quella parte terrificante, connessa a Nástrǫnd, nel regno di Hel, descritto così: “Sal sá hon standa sólo fiarri Nástrǫndo á, norðr horfa dyrr; fello eitrdropar inn um lióra, sá er undinn salr orma hryggiom”. Fáfnir descrive se stesso come “Eitri ec fnæsta…”, mentre Uggason discute su Miðgarðsormr e il potere del suo veleno in Snorra Edda.

Questi attributi così particolari, unici e liminali fanno sì che il serpente diventi simbolo di iniziazione.

Sappiamo bene come le metafore possano aiutare a creare un nuovo modo di intendere il mondo, di svelare gli arcani e di nascondere i segreti, perciò inizialmente l’iconografia del serpente veniva impressa prevalentemente in oggetti e accessori da portare addosso, come si riscontra in bratteati, sebbene non siano gli unici elementi di spicco.

Di fatti è possibile rivederlo in pietre come Ormhäxan (in foto), celebre pietra che racconta più di quanto si possa pensare. Qui compare la figura di una strega accompagnata da bestie come il serpente e l’uccello, che insieme rappresentano l’idea della soglia, elemento fondamentale per l’iniziazione, mentre sopra un simbolo ti tipo solare offre l’incipit evolutivo.

Il drago rappresenta un nuovo inizio, perché parte integrante di un Caos che genera conoscenza, e colui che viene iniziato e passa attraverso le prove del Drago, rinasce a vita nuova, come un nuovo individuo, sé stesso ma diverso (4).

Dérkomai potrebbe rappresentare il livello di consapevolezza e di gestione dei propri istinti primordiali, rappresentati da questa figura. Introspezione che porta a “vedere chiaramente” il manifesto e il non-manifesto.

L’occhio del Drago è lo squarcio nel Vuoto Primordiale, che permette di arrivare a conoscere la Verità, sciogliendo le catene e le illusioni dell’essere umano, facendo esperienza del principio assoluto e duplice di cui è fatta l’essenza, perciò un “vedere chiaramente”.

1) Evans, Jonathan. “’As Rare As They Are Dire’: Old Norse Dragons, Beowulf, and the Deutsche Mythologie.” The Shadow-Walkers: Jacob Grimm’s Mythology of the Monstrous. Edit. Tom Shippey. MRTS, Tempe, AZ:2005.

2) H. Zimmer, Miti e simboli dell’India, Adelphi, Milano 2012

3) Hedeager, Lotte. Iron age myth and materiality: an archaeology of Scandinavia. Routledge, New York: 2011.

4) De Vries, Jan. Heroic Song and Heroic Legend. Trans. B.J. Timmer. Oxford University Press, London: 1959

*Gli “share” senza citazione della fonte sono elemento di querela poiché si ledono gli elementi del copyright sanciti dalla legge italiana* 


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