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Lo studio dei segni, osservati nel mondo fisico e sociale che spesso indicano la volontà di agenti soprannaturali e possibilità di prevedere eventi futuri, è stato senza dubbio la fase più importante in tutte le culture antiche.

Una delle prime prove scritte per un concetto di segno, inteso come sopra, tuttavia, proviene da testi cuneiformi dell’antica Mesopotamia.
Lo studio dei segni degli dei è stato di vitale importanza per gli antichi Mesopotamici nel corso della loro storia.

Importanti riferimenti li abbiamo con Amar Hannus, dell’Università di Chicago¹ dove in un suo trattato sui segni e simboli ci lascia una chiave di lettura davvero interessante.

Tra i primi esempi di divinazione celeste si possono indicare i cilindri del re Gudea, il quale aveva bisogno di un segno di buon auspicio (ĝiškim in sumero) dal suo divino maestro Ningirsu, che confermasse il suo consenso per la costruzione di un nuovo tempio a Lagaš.

Questa è una delle primissime attestazioni, dove l’idea dei segni in cielo trasmettevano decisioni divine dunque presagi (Rochberg 2006).

Comunicare per consultare la volontà degli dei è una pratica ben attestata nell’antica Mesopotamia, che accompagna ogni azione politica o privata.

Il presagio della tradizione del terzo millennio a.C. doveva essere di natura orale, perché i testi che riportano presagi non compaiono in Mesopotamia fino a più di un millennio dopo l’invenzione della scrittura.

I primi esempi scritti di raccolte di presagi che utilizzano il formato elenco, sono attestati nei testi dal periodo antico babilonese in poi. Secondo N. Veldhuis, l’elenco come tipo di testo tradizionale in Mesopotamia è stato utilizzato in quel periodo in modo molto più ampio rispetto al passato.

Gli elenchi di parole esistevano fin dall’inizio della scrittura cuneiforme.
L’elenco col tempo diventa un formato privilegiato per la registrazione della conoscenza.

Dunque il fatto che i presagi venissero trascritti con lo stesso formato indicava che venivano considerati al pari delle conoscenze accademiche.
Al presagio connesso al segno e simbolo è stato dato un valore sia pratico che teorico, il che spiega la completezza dei fenomeni registrati nelle raccolte, poiché praticamente tutto ciò che è osservabile nell’universo potrebbe avere un significato inquietante per i mortali, cosa che trova forte relazione nella pratica di divinazione runica.

Le Rune, in quanto segno e simbolo, idea e numero, alla stessa maniera alfabeto e vocabolario, grammatica e matematica, mistero e concretezza, fanno parte di quella chiave di lettura connessa ai presagi ed alle relazioni simbolo/ambiente esterno tipica dell’osservazione del mondo naturale proprio del Folköi:

Nella modernità l’uso delle Rune venne espropriato, dato alla mercé dell’ignoranza unita al declino contaminato da facili predominanze abramitiche e terrene. La Runa nasce come atto sciamanico e divinatorio, che collega la realtà umana al verbus divino. In stregoneria è un
potente mezzo e strumento attraverso il quale è possibile la pratica di discesa tra i mondi, di atto necromantico. La Runa è principalmente necromanzia poiché il Ginúr, caos iniziale e primordiale, contiene in sé tutta l’energia dell’Universo; è il luogo reale di provenienza delle Rune, intese a livello Stregonico come seme contenente il Manifesto e il Non Manifesto, che compone il sangue dei Giganti primordiali. Il nostro lavoro cerca di fornire un aiuto a livello didattico pratico della valenza runica, non dissociandola mai a ciò di cui è DNA, ovvero lo Jötunn
².

Tornando alla divinazione mesopotamica, essa era un sistema semantico onnicomprensivo progettato per interpretare l’intero universo.

Nel Babylonian Diviner’s Manual (11. 38–42): I segni sulla terra, proprio come quelli nel cielo, ci danno i segnali. Cielo e terra producono entrambi portenti sebbene appaiano separatamente. Non sono separati (perché) cielo e terra sono correlati.

La stessa dinamica viene ritrovata nel mito scandinavo. Dove la correlazione è completamente evidente. La semplice osservazione e registrazione è stata completata da teorizzazione e sistematizzazione nel processo del mito scandinavo in relazione all’approccio cosmologico germanico. 

Come testimoniano i testi divinatori mesopotamici, non tutti i presagi che si verificano nella serie cuneiforme sono stati osservati nel mondo reale, perché molti esempi descrivono fenomeni che sono impossibili e non potrebbero mai verificarsi. 

La visione del mondo rappresentata dalla serie dei presagi non è un determinismo irrevocabile, nel senso che ogni evento è determinato causalmente da una catena ininterrotta di eventi precedenti. 

La previsione era considerata solo un avvertimento che poteva essere deviato da misure rituali, come accade durante il rituale della Völva. Un processo di relazioni ed elementi atti a predisporre il dialogo con il mondo invisibile, che permette anche la possibilità di intercedere per una specie di ripercussioni sulla previsione e poter agire per evitare che il presagio si manifesti, una specie di relazione con il libero arbitrio³. 

Come nota il ricercatore Amar Hannus, i presagi per molti studiosi mesopotamici rappresentano la saggezza divina che ebbe origine ideologicamente nei tempi primordiali del periodo antidiluviano, ma che veniva continuamente aggiornata e delineata dai metodi scientifici del giorno. 

La conoscenza tradizionale della divinazione mesopotamica fu trapiantata nel mondo classico da indovini erranti; uno di questi era probabilmente il caldeo che visitò Platone durante la sua ultima notte di vita. La disciplina etrusca di prendere presagi dall’ispezione epatica o dall’epatoscopia (haruspicina in latino) mostra una corrispondenza straordinariamente stretta con la stessa forma di divinazione sviluppata in Mesopotamia. 

Questo può essere meglio spiegato come la trasmissione di una “scuola” da Babilonia all’Etruria. Il sistema di macellazione delle pecore, i modelli di fegati di pecora di argilla o

metallo e l’usanza di fornire loro iscrizioni per motivi di spiegazione, sono cose peculiari che si trovano proprio lungo il corridoio dall’Eufrate attraverso la Siria e Cipro fino all’Etruria. 

I testi scritti etruschi relativi all’epatoscopia sono andati perduti e possono essere ricostruiti solo frammentariamente dai testi latini e greci. La tradizione interna della disciplina etrusca risale al VII secolo, proprio a quel periodo il cui splendore si riflette in molte importazioni del Vicino Oriente⁴. 

L’osservazione del fegato è rimasta di gran lunga la pratica divinatoria più predominante in Grecia; da Platone⁵ apprendiamo che l’epatoscopia godeva di maggior prestigio rispetto all’augurio degli uccelli. 

La divinazione mesopotamica “lecanomanzia” costituiva un’arte speciale in Grecia, sia nel versare l’olio sull’acqua che nello spolverare la farina sul liquido. 

Gli indovini erranti, a volte chiamati i “caldei” nelle fonti mediterranee, furono spesso responsabili della diffusione della saggezza mesopotamica nel mondo tardoantico. 

Una questione interessante è la possibile influenza mesopotamica sulla teoria stoica dei segni data la circostanza osservata già da F. Cumont che tutti i primi maestri della scuola stoica erano orientali. 

La profezia e la divinazione sono storicamente legate l’una all’altra più strettamente di quanto si creda generalmente. A parte gli antichi tipi di letteratura profetica e la teologia dei segni mesopotamici, in cui tutto nel mondo può essere visto come parte della rivelazione divina, che viene espressa attraverso archetipi che successivamente comunicano con l’uomo, sviluppando relazioni di linguaggio tra verbo divino e carne (ikribu). 

In un certo senso questo atto di comunicazione archetipale (tra segno e simbolo) ha connessioni molto forti con il canto della Völva (il Varδlokkur che riferisce a quella usata per “ricordare” l’anima di colui che sciamanica al corpo che giace in uno stato di estatico esaurimento” (Strömbäck 1935). 

Secondo il pensiero di Giuseppe Flavio, era proprio il demoniaco che comunicava con gli uomini attraverso presagi, segni, sogni ed atti sciamanici, e sono tutti strettamente legati l’uno all’altro. 

Da qui il legante alla demonologia intesa come arte del comunicatore. Il Demone è il primo archetipo che comunica con l’uomo attraverso l’arte del segno. La tracciatura più evidente per il popolo nordico è presente nel folk scandinavo. Per questa realtà abbiamo tracciato un lungo studio di connessioni e ricerche presenti nella demonologia nord Europea⁶. 

Se guardiamo un po’ più vicino a noi, sappiamo che il termine “segno” deriva, direttamente dal latino signum, che a sua volta rende il greco σημεῖον, la cui gamma di usi segue abbastanza da vicino. Non solo il termine, ma l’idea o il complesso di idee per cui si basa sono un’eredità dell’antichità greco-romana. 

Se in quest’area come in tante altre i romani erano in debito con i Greci, qui come altrove il mondo ellenico era in debito con le antiche civiltà del Vicino Oriente che l’hanno preceduto e

coinciso. Le questioni sollevate da questi debiti esulano dallo scopo di questo saggio, il cui scopo è duplice. 

Parlare di “significato” porta inevitabilmente alla mente parole, affermazioni e simili – in una parola, linguaggio o dispositivi di comunicazione simili al linguaggio come messaggi o segnali in codice. 

Il significato è un concetto espresso mediante segni che possono essere grafici, verbali-orali, o mediante cenni e gesti. Il significato permette di capire o esprimere il senso, il valore o il contenuto del segno. 

Ferdinand de Saussure, afferma che il segno linguistico è costituito dall’unione di un significato (un concetto, cioè la nozione mentale che abbiamo di un determinato oggetto) con un significante (cioè una forma sonora o un’immagine uditiva). 

Il Cratilo di Platone fu il contributo più sostenuto e influente riguardo il dibattito antico sul significato delle parole, ovvero che è semplicemente una questione di convenzione. 

La teoria esposta e sottoposta ad esame critico da Socrate che “un segno è un nome per ogni cosa esistente“. 

Aristotele chiama le parole “segni” nella sua discussione delle affermazioni composte da esse nel De interpretatione. 

Un segno (naturale) fornisce evidenza: quando tutto va bene, si arriva a sapere qualcosa di distinto da esso deducendone una conclusione. Per adempiere a questa funzione, non è sufficiente che il segno fornisca le basi per la conclusione a problema, deve essere migliore o più facilmente conosciuto di esso, in generale o in occasione del suo utilizzo come segno. 

Gli stoici sostenevano che all’inizio il mondo fosse talmente creato che certi segni precedono certe cose. Per lo meno, la netta divisione tra segni naturali e portatori di significato naturale, che non dipendono dall’intenzione per il loro significato, da un lato, e dati segni o portatori di 

significato non naturale, dall’altro, che significano come un risultato di un’intenzione di significare che deve essere colta affinché questo scopo sia realizzato, non avrà lo stesso aspetto. 

Su questa base è importante sottolineare che in atto comunicativo con segni di tale portata l’interpretazione debba essere alquanto inesistente, oppure si rischia di assumere un significato totalmente difettato. 

Senza dubbio è possibile lasciarsi guidare da questi segni senza essere consapevoli o prestare attenzione all’intenzione divina di cui sono l’espressione. Ma si può anche andare oltre e vedere i segni divinatori come un sistema di segnali divinamente istituiti.

Note di approfondimento:
¹A. Annus in Divination and interpretation of signs in the ancient world

²Laugrith Heid, Rún, i tre aspetti di una Runa, Anaelsas edizioni

*Gli “share” senza citazione della fonte sono elemento di querela poiché si ledono gli elementi del copyright sanciti dalla legge italiana*

⁴J. Allen in Divination and interpretation of signs in the ancient world 

⁵Platone, Fedro 

⁶Laugrith Heid, Helvíti Svarturgaldur, Manuale pratico di Opera Necromantica Nord Europea, Anaelsas edizioni 

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