La pelle del Drago

I misteri, per tutte le tradizioni stregoniche, sono sempre accompagnati da solenni riti notturni, di tipo individuale o collettivo, con il passaggio dall’oscurità alla luce (vedi Eleusi, Iside ecc..). 
 
Il carattere notturno abbinato al velamento del mystes al momento dell’iniziazione, sembra legare con il simbolo dello specchio nero nordico.
 
Si trattava infatti di una triplice forma di oscurità: la prima è la notte sacra passata nel luogo dove la storia di avvenimenti si manifesta, i cosiddetti Piccoli Misteri, la seconda forma è il velo sugli occhi che occultava la vista per filtrare la realtà ed infine la condizione di oscurità dell’iniziato; un’oscura percezione del proprio animo che si apprestava alla morte fittizia di ciò che poteva trattenerlo “troppo” vicino alla umana realtà.
 
In tal proposito cito un passaggio dello studio di Silvia Baschirotto, Il velo, i misteri e i riti …[…] Nella raffigurazione dell’urna Caetani Lovatelli sopra all’iniziato con il capo coperto una giovane liknophoros tiene sospeso il liknon, il vaglio per la spulatura del grano, e, accanto ad essi, sono presenti le divinità di Eleusi: Demetra affiancata da Kore e da una figura maschile, probabilmente Iacco – visto forse come personificazione dell’urlo degli iniziati dei misteri eleusini –, che indossa una pelle di cerbiatto (la nebris).
Una nebris, è qui che voglio soffermare la vostra attenzione, era una pelle animale indossata come abbigliamento e simbolo di una particolare divinità, se parliamo di storia classica del mito greco. Spesso collegava, attraverso il suo indossare una porta con ciò che era l’oltrenatura.
 
La ritroviamo nel culto di Artemide, ma un nebris è stato usato anche da Dioniso per rappresentare la forza animale vivente evocata nel culto. 
 
νεβρίς «la pelle del cerbiatto», in senso lato anche di capra/pecora era presente nell’antico Egitto ed il termine indicava un feticcio costituito da una pelle di animale. 
 

 
 
Questo animale veniva decapitato, appeso ad un palo e piantato in un vaso, nel quale colava il sangue che veniva raccolto per i rituali misterici.
 
A tal proposito voglio accennare ad un passaggio della stregoneria dei Vani
 
“l’accesso al cancello principale di Hel era sormontato da una scalinata molto grande, al suo centro una figura sacrificale (licantropo) (incontro uomo/bestia) distesa a pancia in su, con una ferita alla testa da cui sgorgava del flusso rosso similsangue che confluiva al centro della base in un’ampolla, la quale serviva a raccogliere il contenuto. Questa veniva utilizzata per segnare la chiave runica di accesso e per varcare la soglia alle porte del primo passaggio che antecede al regno di Hel. L’ampolla che si è presentata agli occhi si collega al mito del Drago e del Veleno.”
 
Il feticcio della pelle era connesso in parte ad Anubi, era il totem im.j-wt (a volte indicato, per analogia con il culto ellenico di Dioniso, come una nebris), una pelle animale senza testa appesa a un palo. L’imy-wt o nebris a volte era una pelle in cui gli arti erano disarticolati collegamento con Osiride e poi collocati da Anubis) 
(Edward P. “Anubis.” Henadology. WordPress, 19 May 2009. )
 
Altre testimonianze archeologiche del Im.j-wt lo associano al toro Apis, in cui Auxerre è scomparso dopo essere stato ucciso da suo fratello Seth come simbolo del vaso nascosto in cui avviene la rigenerazione e la resurrezione del cadavere. 
 
La pelle, incarna anche un’immagine del dio Inpw-Im.j-wt, come il suo nome e cognome sono collegati direttamente con la parola wt, che significa decomposizione o decadimento, in cui un gesto al corpo come uno degli elementi della personalità che marcisce e decade rapidamente.
 
Incarna anche la manifestazione del dio “Horus” come figlio di “Wsir”, in particolare che la vicinanza di “Im.j-wt” rappresenta le fasi di trasformazione.
 
 
Da animale “comune” a bestia oltrenatura, a dio potente e governatore.
 
La linea di fondo è che questa pelle, che sia attribuita a questo o quel dio, nella sua interezza simboleggia la risurrezione e la pubblicazione da un lato, la rigenerazione e la nascita dall’altro. Ci espone una chiave di lettura che connette allo smembramento che associa al velamento del mystes nel momento dell’iniziazione, per accedere al cancello della metamorfosi. 
(R. Attalla Luxor University)
 
In Egitto va menzionata una pratica di sepoltura che prevedeva però una nebris posta nella tomba come simbolo di imponente maledizione sul povero malcapitato. Una nebris di capra/pecora che da animale utile e fondamentale diviene simbolo di viltà.
(Vedi tomba del figlio traditore di Ramses. I 
ricercatori sostengono che sia Pentawere, figlio di Ramses III)
 
Gli Egiziani distinguevano due grandi categorie di animali: i “grandi quadrupedi”, definiti col termine mnmn.t e i “piccoli quadrupedi”, indicati dalla parola .wt 
A quest’ultimo gruppo appartenevano anche i caprini. […] Esse compaiono frequentemente sia nelle rappresentazioni sulle pareti delle tombe sia nei testi dall’Antico Regno fino all’Epoca Tarda. Furono probabilmente i primi animali selvaggi ad essere resi domestici.
(prof. Pascal Vernus all’Ecole Pratique des Hautes Etudes, IV sezione dell’Université Sorbonne di Parigi)
 
Il canale di conoscenza ci parla di una pelle legata al rapporto uomo animale; è interessante anche nello sviluppo del collegamento con lo spirito del luogo. 
 
Il sangue versato è sangue rituale che va poi offerto per gestire il mistero che collega nelle viscere della terra. 
Interessante anche con un importante rituale scandinavo ovvero il níðstang.
Si supponeva che il feticcio era creato dalla testa ed in molti casi dalla nebris di un cavallo. Si narra che fosse un demone che causava danni e rovina ad altre persone, spesso attraverso la magia. 
 
In realtà il Vanatrú si è distinto sulla perfetta esamina del rituale nordico estratto dalla Saga di Egil Skallagrimsson, ed accennato nel Vatnsdæla saga, durante un holmgang, con una differente versione in cui Jökul ha sollevato un palo contro Finbogi per la sua codardia, intaglia una testa umana che viene posta su un palo, per poi posizionarla nel petto della cavalla sacrificata , con la testa rivolta verso l’abitazione di Finbogi.
 
Non basta soffermarsi sulla storia norrena, sul mito della nostra Europa, ma per carpire la società del tempo, io devo entrare nella mente dell’uomo in atto contestualizzato ed esaminare le reali forme di un termine.
L’offesa tramite NIÐ presuppone l’atto verbale connesso al male-dire. Un’offesa a tale scopo viene sempre menzionata in fase di cristianizzazione
 
 
Questo legame terra/radici/antenati accorpa una delle vendette più delicate della tradizione.
La dannazione, in questo caso subisce una fonte estesa.
Il rituale che abbiamo raccolto dona una vista interessante all’offesa del “MAL*DIRE” (Nið) che tocca un Hamr e non un singolo soggetto, per cui l’atto nefasto giunge sino alla radice della stirpe di chi ha leso in atto di INGIUSTIZIA.
La regione in esame dove riaffiorano queste meravigliose tracce di culto domestico sono presso Ísafjörður (dall’islandese: fiordo dei ghiacci) nel Skutulsfjörður, una parte dello Ísafjarðardjúp.
 
 
Tutte queste tipologie di rituale, che sia maledizione o no, portano ad un solo filo conduttore il collegamento animale della nebris con le viscere di un terreno capolavoro che porta luce alla più grande. 
 
La luce che diviene manifestazione.
 
Una manifestazione del dialogo uomo/drago (il tutto bestiale) o meglio uomo/oltrenatura.
 
Storie che si intrecciano sulla pelle di un animale che simboleggia i più aspetti del drago, in cui la barriera protettiva data dalla stessa nebris si associa al velo mutativo e che collega ad una totalizzante metamorfosi di ogni singolo mito. 
 
 
 
Fonte foto:
Saxo Grammaticus: Danmarks Krønike (Gesta Danorum) – tr. Frederik Winkel Horn (Danish) – illust. Louis Moe (1898)
 
The Stela of Kay was acquired in 1928 by Professor Borc Hardt for the Egyptian Department of the State Museums in Berlin
 
Menade danzante, copia romana di un originale greco della fine del V secolo a.C., Prado, Madrid.
 
Illustration for the Brother’s Grimm story “en:The Elves and the Shoemaker”
Ylenia Oliverio
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Fondatrice e docente dell'Accademia Vanatrú Italia.

Laureata in Filosofia e Storia, Master post Laurea in Beni Archeologici, Master in Preserving and Increasing Value of Cultural Heritage, conseguito a Roskilde (Copenaghen), ulteriore integramento post Laurea.

Archeologo da oltre 13 anni, specializzata in scavo dei cantieri urbani, ha incentrato la sua attenzione verso i culti dell’Europa del Nord e dell'Euroasia durante la sua permanenza nel Canton Ticino per stages formativi al Centro Studi Internazionali Luganesi.

Svolge attività di formazione e informazione, in Italia e in Europa, per la promozione, divulgazione e rivalutazione del Culto Vanico, del Paganesimo puro e degli Antichi Culti dell’Europa ed Euroasia.

Il primo incontro con la Stregoneria Tradizionale è avvenuto nel 1990.