Il sapere nascosto del Galdrabók

Originariamente pubblicato su Alb-Italia

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Articolo in onore di Timo Ketola

Il termine Grimorio deriva da un termine francese antico gram(m)aire. Originariamente si riferiva a un libro scritto in latino, ma presto questa associazione fu più specifica a denotare un libro di magia.
La parola grimorio ci riporta alla concezione di libro pieno di scrittura atta alla comunicazione.

Una comunicazione diretta con le forze nascoste dell’universo sia demoniache che divine.
Una caratteristica comune di molti grimori è l’uso di strani alfabeti, cifre e segni per rappresentare divinità specifiche, demoni o altre forze nascoste.
In Scandinavia, precisamente in Svezia i grimori d’arte nera erano detti svartkonstböcker o libri di stregoneria trolldomsböcker;
In Islanda galdrabækur.

Adesso ci stiamo focalizzando proprio a questo tipo di arte legata ai grimori islandesi.
Questi testi sono particolarmente distinti da altri manoscritti, diversificano perché contengono un elemento visivo specifico, il galdrastafir, pentagramma elaborato spesso presente nelle pagine e componente centrale di molti incantesimi.

Questo stile crea un corpus unito presente in tutto il grimorio.
A differenza di grimori continentali, che tendono a fare riferimento solo a divinità e demoni greco-mediterranei e giudeo-cristiani, quelli islandesi conservano notevoli vestigia del folclore pagano germanico; caratteristiche di cui incetta tutto il nostro lavoro.

I grimori islandesi hanno svolto un ruolo significativo nella storia religiosa di questa magnifica terra, come spiega Magnús Rafnsson: “Quasi un terzo dei noti processi per stregoneria in Islanda ruotano attorno a ‘bastoni’ e segni magici, grimori e pagine con scritti occulti. In alcuni casi l’accusato possedeva uno o più grimori, in alcuni casi segni e sigilli erano stati scritti su altri oggetti, a volte pezzi di quercia, branchie o persino barche”.

Il grande contributo avuto con l’accurato studio di S. Flowers, che ha pubblicato sul Galdrabók, ci lascia un passo significativo:

“L’accoglienza del cristianesimo da parte degli islandesi è stata per molti versi formalistica, segnata da scarsa convinzione anche da parte di chi ha votato per accettarla. I sacrifici pubblici agli dei germanici erano banditi, ma le pratiche private della fede tradizionale potevano continuare. Questi includevano il consumo di carne di cavallo e l’esposizione di neonati indesiderati o deformi. La conversione al cattolicesimo romano fu segnata da un lungo e graduale periodo di transizione. Questo processo è durato per diverse generazioni. C’era anche un interesse immutato da parte degli islandesi per le loro tradizioni native. Nella prima fase di questo periodo storico molti goðar si erano appena ordinati sacerdoti cristiani senza ulteriore istruzione o formazione. Altri prestavano i loro doveri religiosi ai parenti. Questo perché la tradizionale sintesi di autorità ‘religiosa’ e ‘secolare’ sembrava non cristiana. C’erano anche funzionari noti come leiguprestar (preti assunti) che erano legati a un capo come schiavi.
Per i primi trent’anni di questo periodo l’Islanda sarebbe rimasta in gran parte pagana nella pratica della religione e della magia, poiché non c’era nessuno a insegnarle in modo diverso […] ”.

Questo passaggio ci fa capire quanto formale ed al contempo criptico fosse il rapporto con il cristianesimo.
Se facciamo un passo indietro notiamo che in epoca precristiana, chi praticava magia runica erano di solito membri ben noti e onorati della società.

Il Galdrabók è più antico e completo.

Il manoscritto originale di questa raccolta di incantesimi magici è stato scritto in Islanda a partire dall’ultima parte del 1500.
È quindi un prodotto dell’Età della Riforma.
Il filologo danese J.G. Sparfvenfelt acquistò il libro nel 1682. Successivamente fu inviato in Svezia ed è stato acquisito dalla Royal Swedish Academy of Sciences di Stoccolma, dove è ora conservato.
I contenuti del Galdrabók dimostrano la presenza di due diversi tipi di magia.

Un tipo funziona per mezzo di una formula di preghiera in cui vengono invocati poteri superiori per un fine essenzialmente indiretto.
Il secondo gruppo è una sintesi di segni e simboli che diventano espressioni dirette della volontà del mago. Volontà come forma primaria dell’atto rituale.
Secondo Egill Skallagrímsson questi metodi sono combinati in modo che il rituale generale sia molto simile a quello praticato nei tempi antichi.
Questa stessa caratteristica ci accompagna nelle opere di recupero e ricerca dell’ordine archetipale del sapere.

Dalla fine del XVIII secolo abbiamo una registrazione continua di manuali magici composti nel periodo moderno. La maggior parte di questi risalgono al 1800, ma il loro contenuto risale almeno al 1700.

Se prendiamo in esame il manoscritto Huld sappiamo che è stato compilato da Geir Vigfússon di Akureyri, morto nel 1880. Gli incantesimi contenuti in questa raccolta sono, tuttavia, molto più antichi. Ad esempio molti sono paragonabili a quelli che compaiono nel Galdrabók.

[…]

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Per approfondimenti:

Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Rún, i tre aspetti di una Runa, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Helvíti Svarturgaldur, Manuale pratico di Opera Necromantica Nord Europea, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Tröld*R: il Fjölkynngisbók. Magia, Stregoneria e Folk Nord Europeo, Anaelsas edizioni.

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Per ulteriori informazioni:

THE GALDRABÓK tradotto da Stephen E.Flowers, 

Northern Magic di Edred Thorsson,

Icelandic Magic di Stephen E. Flowers

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