Tumulo di Oseberg

Estratto dal secondo volume di Stregoneria Tradizionale, della Collana il Bosco di Chiatri:

“Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, anaelsas edizioni”

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L’8 agosto del 1903 un agricoltore norvegese, Knut Rom, mentre lavor  ava un grande tumulo di terra nella sua cascina «Lille Oseberg», nel Vestfold, fece una scoperta unica: dissotterrò una parte di un vecchio oggetto in legno riccamente intagliato. 

Knut sapeva di aver trovato qualcosa di enorme importanza storica e decise saggiamente di far visita al professor Gabriel Gustafson della University of Antiquities di Oslo per chiedere un suo consiglio. 

Due giorni dopo, il professor Gustafson svolse una prima indagine sul ritrovamento e scoprì che si trattava davvero di un pregiato reperto appartenente ad una nave magnificamente decorata: poteva essere un vero e proprio tumulo vichingo.

Si attese fino alla successiva estate, così con le condizioni climatiche favorevoli, il professor Gustafson condusse lo scavo del tumulo, dal quale riemersero ingenti quantità di artefatti di uso quotidiano e ritualistico, alimentando una grande attenzione del pubblico sin già dai primi tre mesi di scavo. Il lavoro di ricerca si concluse in ben 21 anni per favorire la conservazione scrupolosa ed attenta di questa magnifica scoperta. 

Una scoperta che sarebbe continuata a vivere negli annali della storia, per essere ampiamente riconosciuta come una delle più imponenti sepolture vichinghe sopravvissuta in quest’epoca moderna. 

 

La parte più larga di questo ritrovamento, detta «nave di Oseberg», è lunga 23 metri. Sapientemente scolpita nello stile «gripping beast», ovvero «bestia avvinghiata», associa la nave alla prima età Vichinga. La sua costruzione è in quercia, la parte inferiore è poco profonda e con un largo timone che la rendono ideale per l’uso in fiume, per la negoziazione e per le calme acque costiere. 

Ben 30 parti della stessa struttura sono intagliate da una mano più recente, come i remi, la passerella, due barili d’acqua, i bracci (aste) e picchi dipinti per la diffusione delle vele, palette di salvataggio, ancore e le scorte di ancoraggio. La parte anteriore è stata adornata con la testa di un drago o serpente di mare e la sua coda arriccia nella parte posteriore della nave. (Ciò dona alla vista uno spettacolo imponente come se la nave stesse navi- gando attraverso aree ultraterrene, consentendo alle persone, la possibilità di riconoscere la nave e l’equipaggio mentre si avvicinava.) 

L’ultimo viaggio di questa nave terminava nel Midgard. La stessa fu condotta nel vicino fiume, per mezzo di rulli, per consentirne il riposo finale; seguita da un magnifico rituale di sepoltura. 

I resti degli animali sacrificali (13 cavalli, 4 Cani e 2 buoi) erano posizionati all’esterno della nave e a bordo della stessa vi era una grande quantità di corda fatta di canapa per erigere le vele e per le tre tende. Una di queste tende è molto grande e larga, con tutti gli elementi da viaggio: un calderone di ferro con tre gambe da cavalletto, una catena per appenderlo sul fuoco, una serie di piccoli e bassi piatti di legno, padelle, scatole, coltelli, una macina manuale per il mais, uno sgabello da cucina con quattro gambe, e un gran numero di altri articoli. 

È stata ritrovata lana estratta da pecore dalla coda corta, denominata la capra cornuta, incluse anche le cesoie. Sono state ritrovate: la canapa, la seta, la pelle colorata ed il colorante utilizzato in questi processi e tutti gli strumenti necessari per produrli dalle materie prime. Una parte dei tessuti rimanenti è stata trovata anche con disegnato un modello twill (stile con diagonali parallele), ed è interessante notare la presenza di due frammenti di lana infeltrita. Di certo la stessa veniva usata durante i temporali o i freddi inverni come isolante, in una delle tre paia di stivali di pelle recuperati, che lo stesso calore e sudore hanno trasformato in feltro. 

Vi erano quattro slitte a bordo, tre di queste sono state riccamente intagliate. Due forse con scene di una saga, una con una sorta di scatola diagonale, in uno stato di conservazione peggiore rispetto le altre, con dei chiodi interni. Tutte le slitte sono costruite in faggio e quercia. Tutte consistono di una coppia di guide per ottimizzare il trasporto attraverso la neve e una cornice per reggere il corpo amovibile della slitta. La quarta, manca della superfice scolpita; difatti, essendo le altre molto decorate, questa viene evidenziata come la slitta «comune». 

Il famoso «carrello di Oseberg» (uno dei tre carri presenti nella nave) rivela la sua meraviglia, sia in termini di qualità che di dimensione. I suoi pali sono decorati con sculture in legno, ma questi sono meno raffinati rispetto le bellissime sculture sulle slitte. Forse è la prova che il carro era stato sostituito 

a causa di usura o danneggiamento durante la sua vita, difatti la parte superiore del carrello testimonia la presenza di uno precedente. La decorazione dello stesso, differenzia per alcuni aspetti da tutte le altre sculture in legno, ma un’attenta analisi dimostra che è stata eseguita dalla stessa mano, come le decorazioni a bordo della nave; ciò testimonia che, sia il carro che la nave erano stati utilizzati per un considerevole periodo di tempo. È evidente che l’intagliatore, aveva lavorato con due tentativi per duplicare gli stili degli altri decori, e gli artigiani successivi, probabilmente, non erano abili allo stesso modo, mostrando così i vari maneggiamenti nelle successive generazioni. 

L’intaglio consisteva principalmente di vari tipi di figure di animali, anche se tra queste, abbiamo rappresentazioni di esseri umani, e scene che potrebbero mostrare eventi di saghe. La scena sul frontale raffigura un uomo che lotta con i serpenti che lo circondano da tutte le parti, mentre uno le striscia sul suo corpo. 

Questo potrebbe illustrare il mito di Gunnarr nella fossa dei serpenti dalla Völsunga Saga. 

Ciò indica che il carrello è stato forse usato come vano per i rituali e processioni, come la processione di Nerthus, documentata dallo storico romano Tacito: una statua in legno della sacra Divinità veniva accuratamente posizionata in un carrello e coperta da un velo. Solo alla sacerdotessa era consentito toccarlo. 

Tutti coloro che hanno il coraggio di toccare questo velo, sono stati messi a morte. 

Il carro era trainato da due cavalli, sarebbe poi stato guidato nel corteo per arrivare nell’area di in un bosco sacro, dove veniva atteso da persone provenienti da lontano, per offrire doni e per chiedere la grazia di un nuovo e prosperoso anno alla Dea. Dopodiché la statua e il suo carrello, continuerebbero il proprio cammino verso un lago appartato, per essere curato, lavato e consacrato tra i due mondi, così anche la sacerdotessa e le due assistenti. (Le due donne vengono poi annegate nel lago come da sacrificio). 

La guerra in questo giorno era proibita e tutte le armi di ferro, erano chiuse in una cassa più grande. (È possibile che corpi estratti dalle paludi circostanti siano il risultato di questa processione e sacrificio a Nerthus. Per esempio i «corpi di Valmose» trovate nel Jutland). 

Nella parte posteriore di questi carri era stato ritrovato un bel cesto di quercia contenente frutta, grano, mele selvatiche e cereali vari. Altre mele selvatiche sono state trovate in altre parti della nave. Tutto sommato sono stati recuperati una cinquantina di elementi tra frutta, cereali e resti vegetali; una prova questa, che data il rito di sepoltura luogo la fine di agosto o durante la prima settimana di settembre. Con moderno test del carbonio 14 si mostra che i corredi sono datati 800 d.C., e che la loro sepoltura avvenne probabilmente nell’autunno del 834 d.C. 

Al centro della nave fu eretta una grande camera per onorare le due donne che si trovavano all’interno, su letti di squisite piume, tra lenzuola, seta e coperte finemente lavorate. Le pareti erano adornate con arazzi riccamente realizzati che, raffigurano scene della nave Oseberg ancorata ad una banchina, seguita da scene di una carovana in viaggio e una processione con persone che si riuniscono in un bosco sacro. 

Vari tipi di tappeti coprono il pavimento della loro camera rendendo questo un luogo molto ricco e unicamente personale e ci mostra una chiara visione della loro vita quotidiana. 

Una delle donne era presumibilmente di ottanta anni, e questo si rifletteva nelle condizioni in cui versavano le ossa della stessa; mostravano che aveva sofferto di artrosi per molto tempo, e ciò purtroppo ha contaminato i probabili campioni per la lettura più dettagliata del DNA. 

La seconda donna era più giovane, in un primo momento si pensò essere tra i venti e i trenta anni, ma dopo un attento esame, si scoprì che era morta nei suoi primi anni cinquanta. Qui il test del DNA ha precisato la presenza di tratti quasi assenti negli europei moderni, ma comuni ad iraniani. Questo potrebbe indicare che gli antenati della stessa provenivano da una zona attorno al Mar Nero, in quanto questo ha collegamenti con le Volga e del Dnieper, rotte commerciali attive durante il periodo in questione. 

Due casse di quercia erano posizionate ai piedi dei letti delle donne. Una di queste era abbastanza completa e conteneva due lampade in ferro con lunghe canne, una piccola scatola di legno, un punteruolo, un mandrino, forbici di ferro e chiodi a ferro di cavallo. Anche uno scialle o mantello ed un sedile con supporti di corda che sarebbero stati sormontati da un cuscino di piume, una serie di pali di legno finemente intagliate con teste di animali, ed un sacchetto contenente semi di canapa sativa. (Gli elementi sono tutti eccezionalmente usati nello spá-work, ovvero il lavoro di veggenza). 

Una funzionale spira (piccola ruota da tessitura) è stata trovata con il mandrino ancora attaccato. Con lo stesso è stato ritrovato anche un tessuto sul telaio in posizione verticale situato in un angolo, con i pesi in fondo, per tenere i fili sotto tensione, permettendo al tessitore di creare una vasta varietà di modelli. 

Si suppone che queste donne erano entrambe Völva e questo si riflette negli oggetti ritrovati accanto e in altri tumuli; poiché tutte le donne libere, atte alla stregoneria, non godevano di queste ricche sepolture; ciò attesta la nostra ipotesi di un rango superiore. 

Intorno al 900 d.C. una Völva, infatti, fu sepolta con medesimi onori; siamo ad Östergötland, Svezia. Inoltre, due di queste avevavo con sé la 

conocchia. Possedevano grandi ricchezze, cavalli in legno, un carro ed un lanciatore di bronzo arabo. Un ciondolo d’argento raffigurante una donna con la vasta collana «Brisingamen», intorno al collo. Questo a rappresentare Freya, la Völva più importante tra tutte. 

Un altro esempio è una sepoltura di legno, in Danimarca, considerata la sepoltura più ricca nella zona. Una donna risultò essere stata sepolta in un carrello di legno, con ruote rimosse; essa indossava solo un abito lungo ed anelli per le dita dei piedi; aveva con sé un piccolo amuleto d’argento che rappresenta una sedia ricavata da un tronco d’albero. La testa della donna era ornata dalla fibbia di Gotlandic, ormai marcia, che dovrebbe essere stata parte di una scatola di legno. La donna aveva oggetti provenienti da Finlandia e Russia. Ai suoi piedi, aveva una cassa di legno che conteneva una pallina fatta di feci di un gufo, piccole ossa di uccelli e mammiferi, e in un sacchetto aveva anche semi di giusquiamo (simili sedili d’argento furono ritrovati in molte fosse, essi rappresentano la piattaforma in cui la Völva esegue il lavo- ro di spá, conosciuto come «High Seat», l’«Alto Sedile», l’«Altro Seggio»). 

«Völva» si traduce come «portatore di bacchetta magica» o «portatore di Staff (bastone magico)». 

Una persona che era «portatore di bacchetta» non sarebbe mai stata dan- neggiata, sono onorate e ricercate persone, sono saggi e guaritori, veggenti e sacerdoti o sacerdotesse. Molte sono state sepolte con la conocchia che portavano nella vita, un fatto confermato da numerosi reperti archeologici (conocchia con in cima un filo per la filatura). 

La maggior parte di queste sepolture regali, erano in realtà tombe di Völva che testimoniano donne di elevato status sociale. 

Non è un caso che gli archeologi trovano strumenti per la tessitura e di lato, accanto i corpi delle donne, delle armi. I guerrieri combattevano fisicamente sul campo di battaglia, ma con la stregoneria, la Völva assisteva da lontano e manipolava i fili del destino. 

La maggior parte delle tribù, durante questo periodo di guerre, aveva un nutrito gruppo di Völva, che viaggiavano liberamente senza paura, deciden- do loro con chi parlare, e dove sostare; il che significa che questa figura era al di sopra della normale gerarchia della loro società. 

È noto che le due donne della Nave in esame, potevano essere anche sacerdotesse (Gyðia), e non solo Völva, nello stesso modo in cui venivano identificati i sacerdoti (Godi), in due classificazioni: le Sacerdotesse Sacrificali (Blótgyðia) e Sacerdotesse del Tempio (Hóvgyðia). Per esempio in un tempio Vanico, dedicato a Freyr, una sacerdotessa vivrebbe come moglie del Dio e rimarrebbe nel tempio come 

Hóvgyðia. Mentre la Dea Freya è adorata esclusivamente da molti Blótgyðia, 

poichè la stessa Dea è l’unica Blótgyðia tra tutti gli Dei. 

Una Völva dovrebbe esser sempre convocata in periodi di crisi. 

Quando la Völva veniva convocata in una casa o cascinale, si presupponeva, avrebbe trascorso lì due giorni con i componenti, e nel momento in cui lei entrava nella stanza, veniva accolta con tutti gli onori dal padrone e dalla moglie; veniva data la sedia più alta e pregiata, testimoniando alla Völva che lei era l’unica a possedere la più alta autorità. Il cibo veniva preparato esclusivamente per lei, porrige fatto di latte di capra e fette di cuore del più preggiato degli animali della fattoria. Avrebbe di certo mangiato con il tipico cucchiaio di ottone e un coltello con la punta rotta. Il primo giorno, era atto alla comunicazione con gli Húsvættir (custodi della casa) per alimentare la corrispondenza con gli stessi e favorirsi i seguenti giorni di Visione. La Völva avrebbe poi dormito nello stesso cascinale della famiglia che la ospita, ed i giorni a seguire avrebbe condotto il rito dell’«Alto Seggio». 

Sarebbe apparsa la sera, vestita con enorme e leggero mantello blu o nero decorato con pietre preziose. In mano avrebbe portato una bacchetta ed una conocchia. Intorno al collo avrebbe indossato una collana di perle di vetro, e sulla sua testa un copricapo di pelle nera di agnello bordato di pelliccia di bianco ermellino. Cintola fatta da zoccoli di cavallo con fungo da cui penderebbe una grande sacca contente oggetti atti alla sua stregoneria. Indosserebbe stivali di vitello con i lacci che terminano con pomelli in ottone e sulle sue mani guanti di ermellino bianco con il pelo all’interno. 

Avrebbe utilizzando, tutti gli oggetti che teneva nella cassa di rovere. Avrebbe anticipato di certo il rituale finale, con un bagno, assistita dalla sua aiutante, per mezzo del secchio, atto a questo scopo. 

Il secchio detto a «Budda» (ritrovato anch’esso all’interno del tumulo), è stato creato per questo scopo, nel suo stile unico, con quattro maniglie e numerosi raccordi in ottone, la cui lavorazione è occidentale, probabilmente di origine inglese. Un ulteriore prova che attesti ciò, è la grande diffusione commerciale avuta durante il periodo. 

Successivamente (dopo il bagno) la Völva, si sarebbe posizionata sulla piattaforma sopraelevata, conosciuta come il «trono», realizzata da quattro grandi pali fissati nel terreno e un sedile legato in alto, in una disposizione ad impalcatura, sormontato da un cuscino riempito di piume. 

Appena la Völva cominciava la sua veggenza, iniziava il ritmo battendo la conocchia a terra o sul sedile, con un gruppo di giovani donne sedute a fianco, ed intorno, in cerchio, cantando la vardlokkur. La parola vardlokkur in termini è legata all’attività di scongiuro e attrazione. 

In sostanza una Völva usava, durante la veggenza, il vardlokkur per sollevare le energie al centro della trance, per canalizzare la sua seconda vista, per evocare la spae-wife, per protezione e per attirare l’attenzione degli Dei o degli Antenati con cui desidera comunicare. 

Una volta che la Völva ha avuto l’aiuto che richiedeva, le venivano concesse la comunicazioni con i morti o le profezie. A questo punto la Völva direbbe semplicemente tutto ciò che vede e sente direttamente alla famiglia, scaturendo forte impatto emotivo su tutti i presenti, i quali subiscono la maestosità della visione. 

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