Dauðar dyrr

Articolo di Federico Pizzileo 

Prima di addentrarci nella lettura, è ben dovuto fare una piccola ma essenziale precisazione: il presente articolo vuole proporre una piccola e volutamente incompleta disamina sui diversi ritrovamenti – risalenti all’Epoca Vichinga e precedente – pubblicati dal dipartimento di archeologia della Oxford University, riguardanti il ritrovamento delle dauðar dyrr ( ie. porte della Morte), con l’intento di aprire l’interesse verso la Ricerca e Ricostruzione delle fonti storiche ed archeologiche utili al ricomponimento di una Tradizione europea vera. 

In questo modo soltanto si potrà fermare l’orda di finti studiosi che affermano castronerie su ogni fronte italiano (che sia esoterico e/o essoterico).

Fin dall’inizio dei tempi, l’Uomo ha canalizzato nell’immagine archetipale della “porta” (manifesta nel classico elemento architettonico ma anche nella classica soglia che precede l’addentrarsi in un qualsiasi luogo, intestino e non) un messaggio di passaggio, sia di carattere iniziatico – come possiamo carpire dal capitolo sul divenire vǫlva presente ne “La Stregoneria dei Vani” – sia di carattere sciamanico e divinatorio. 

Le porte diventarono subito una metafora per la realizzazione di una pratica rituale ben specifica, solitamente connessa – come si desume da studiosi ed archeologi – al culto della morte.

Come ben sappiamo, i nostri Antenati avevano fortemente a cuore la connessione con i morti, in quanto visti come un importante mezzo a cui interpellarsi. 

Proprio in quest’ottima così intima ed esoterica, la metafora della porta diviene mezzo di passaggio da uno stato ad un altro, per mezzo dell’oltrepassare quella quasi impercettibile soglia. Come ci suggerisce il filosofo Unwin, la porta assume la forma di uno strumento dell’architetto per influenzare la percezione, il movimento e la visione di un certo luogo. Da questo, ulteriori studiosi come Tuan individuano ben tre (un numero caro alla nostra tradizione) funzioni esoteriche peculiari di questi elementi architettonici durante il periodo in esame.

Come dicevamo, l’immagine delle porte (e tutto ciò che vien di seguito, come: cancelli, linee di confine, ecc) la possiamo ben trovare in numerosi scritti appartenenti al nostro contesto. Innanzitutto sovviene alla mente le stanza 37 e 38 della Vǫluspá, ove la Veggente osserva niðr ok norðr, mostrando una “sala lontano dal Sole, in Nástrǫndr, le cui porte erano rivolte a Nord”.

L’immagine è quella dell’Helheim, il regno di Hel, in cui, per riuscire ad accedervi, bisogna superare diversi cancelli, utilizzando le giuste chiavi. Ma la citazione dell’immagine delle porte come “confine” lo ritroviamo anche nel necromantico Grógaldr; infatti, la prima stanza ci aiuta benissimo a comprendere in modo approssimativo (poiché gli studi sono molto approfonditi) uno degli elementi costitutivi dell’uso delle porte da parte dei nostri Antenati:

Vaki þú, Gróa,
vaki þú, góð kona,
vek ek þik dauðra dura;
ef þú þat mant,
at þú þinn mög bæðir
til kumbldysjar koma.

In questa primissimo squarcio, il figlio Svipdagr richiama la madre Gróa dal Regno dei Morti per un consulto, incitando nel farla risalire dalla “porta della morte” (che può tranquillamente essere inteso come un kenning).

Ed è proprio con quest’ultimo estratto che si delinea il concetto di “passaggio”, di “varco” o “soglia” che permette un comunicazione, trasformazione o piuttosto un’apertura verso un nuovo ambiente.

Durante il periodo dell’Età Vichinga, le porte divennero un elemento quasi fondamentale durante le pratiche di útiseta. Solitamente poste (come possibile notare dall’illustrazione, rappresentante una delle porte rinvenuto nella parte orientale della Svezia, una in particolare ad Helgö) d’innanzi ad una tumulo, con tutt’attorno delle pietre – che permettevano di circoscrivere e consacrare l’area ad una determinata pratica (si pensi all’hörgr) – queste diventano soglia di passaggio delle seiðkonar e dei seiðmaðar, in atto di pratica di discesa verso l’Helheim. 

Ad accentuare questa teoria, il ritrovamento mostra come queste figure apparentemente architettoniche, erano rivolte solitamente a Utsuðr/Suðr, verso – per l’appunto – il Regno di Helvíti, come possibile attestare dagli studi dell’archeologo Davidson. Queste porte rituali potevano dunque ricreare quel velo che permetteva la comunicazione con l’aldilà ma, come altri ritrovamenti ci suggeriscono, ancor prima di diventare un vero e proprio varco da oltrepassare per sedersi e comunicare con chi aveva qualcosa da dire, poteva essere anche usanza quella di consumare un piccolo Sumbel, in onore ai propri Antenati, proprio alle soglie del tumulo. 

Solo successivamente all’aver reso onore ai morti, si poteva iniziare il rituale che permetteva di divinare e cercare di ottenere, tramite necromanzia, la conoscenza occulta.

Questo tipo di pratica di oltrepassare una “entrata” per praticare, rimase successivamente nel folk islandese, come si riesce a capire dal racconto dal titolo Völvuleiði í Álftafirði, tratto dalle Íslenskar Þjóðsögur og Sagnir. Ivi viene raccontato come esista a sud di Múlasýsla e di fronte al percorso d’acqua del fiume Hof (interessante analogia con il termine che designa un tempio, simile all’antico luogo di culto di Uppsala, per intenderci), ci sia un tumulo che rimane sempre verde dal nome Völvuleiði (i.e. Tumulo della Völva). Non molto lontano da quest’ultimo, esisteva la Bríkarhellir (i.e. Grotta del seggio), dove si diceva che venisse praticato il seiðr.

Sebbene la storia continui, questi piccoli accenni ci servono come spunto per rafforzare il concetto di “superare una soglia per permettere la Comunicazione”. L’entrata della grotta diviene porta ancestrale di un Mondo occulto, nascosto.

 

Per approfondimenti: 

Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.

Laugrith Heid, Rún i tre aspetti di una Runa, Anaelsas Edizioni.

 

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Per la documentazione bibliografica rivolgersi al Vanatrú Italia, poiché *volutamente* nota solo agli studenti.

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