Su alcuni reperti della Vecchia Europa

Non importa andare ancora a ritroso, poiché tutto è stato affrontato sul nostro primo volume.
Ma sentire ancora di utenti che non accettano l’archetipo legato al Jötunn (Gýgr se riferito ad una gigantessa) come evoluzione del popolo autoctono dei Vani, ci lascia alquanto perplessi.

Nei nostri tre volumi si mette in evidenza, attraverso il ponderoso lavoro della Gimbutas, il lavoro di alcuni filologi italiani ed autori del patrimonio europeo, la matrice proto runica estratta in molti reperti che classificano la storia europea pre arrivo del popolo kurgan.

Come a noi del Vanatrú Italia preme ricostruire la storia del nostro popolo, e dare ad esso una connotazione non solo mitologica, attraverso la storia del vasellame presente e dei vari votivi, ci chiediamo del perché etheni e filo tali, non si muovono a ricostruire la loro storia, e portano solo l’attenzione sui nostri studi, cercando di screditare sulla basa del NIENTE il nostro operato.

Il mito deve scorrere nelle vene di ogni Politeista e la capacità di estrarre da esso la forma di verità, dovrebbe essere un obiettivo comune in Italia.

Il mito ha in sé una chiave di lettura autentica che conduce alla realtà un culto completamente deturpato dagli stessi suoi “simpatizzanti” che non sanno guardare al di là del loro naso.

Ma forse “quel” popolo italiano, ancora legato a “cristianesimi”, non è pronto ad accettare che un archetipo come il Jötunn, sia artefice di una manifestazione femminile, Gýgr, la quale accorpi tutta la tradizione scandinava e germanica.

Il Vaso di Skarpsalling ad esempio dà al mito un’accenno di realtà vanica.
Skarpsallingkarret è un vaso di terracotta risalente ad oltre 5200 anni fa. È stato ritrovato in una tomba a corridoio presso Oudrup Hede, in Danimarca. Per via della decorazione e della tecnica, questa ceramica è stata descritta come quella che ci fornisce una chiave di lettura ad onde ed a punzoni, che collega all’uso rituale sacrificale verso una Deità/Gigantessa connessa alle acque.

*nella foto esempi diversificati e correlati appartenenti anche ad altri periodi, messi in relazione.*

Il vaso ha un’altezza di 19,5 cm. La sua forma e le sue decorazioni sono collegabili alla fase Troldeberg, inizio dei megaliti.

Dal tedesco Trichterbecherkultur (4000 a.C. ca.–2700 a.C. ca.)
Le varie manifestazioni di rigenerante distruttivo e costruttivo, affrontate nel nostro primo volume, associano elementi naturali al seme primordiale che nel nostro mito risiede nell’atto sacrificale di un Gigante (Ýmir).

La stessa manifestazione del movimento dell’astro solare viene raffigurata in vari votivi (calotta di Ýmir).

La cultura dei vasi a imbuto è preceduta dalla cultura di Ertebølle, così chiamata dal nome del villaggio danese.

Ertebølle fu in parte neolitica ma fu dedita anche alla caccia/raccolta di tradizione mesolitica che post cede la cultura di Kongemose (Kongemosekulturen).
Quest’ultima era una cultura di cacciatori/raccoglitori mesolitici della Scandinavia (6000 a.C. – 5200 a.C.)

La cultura di questi vasi si estendeva anche in Germania e Boemia, fin verso occidente nei Paesi Bassi, nella Scandinavia meridionale (dalla Danimarca all’Uppland nella Svezia e l’Oslofjord nella Norvegia) fino al bacino della Vistola in Polonia.

Presumibilmente è la prima “completa e settoriale” cultura agricola sviluppatasi nella Scandinavia meridionale, che stravolge molti canoni della vecchia storia, ma non la sola.

La cultura dei vasi a imbuto segna la comparsa delle tombe elitarie lungo le coste del Baltico e del mare del Nord, un esempio delle quali è la Sieben Steinhäuser nella Germania settentrionale.

Su queste tombe il popolo sacrificava i vasi in ceramica contenenti cibo, asce e altri oggetti di selce che a sua volta venivano deposte anche nei corsi d’acqua e laghi vicino ai terreni lavorati.

Torna prorompente una Deità archetipale che dalla grafica tracciata nei manufatti ricorda la possente signora del mare e della acque.
Intorno a queste si costruirono anche grandi centri di culto circondati da pali, fortificazioni e fossati. Un esempio è a Sarup. (Anche questo un rituale tracciato nelle legge dei Gotlandesi).

Stiamo facendo passi ancora a ritroso perché si vuole sezionare la convinzione illogica e poco fondata dell’assenza di un popolo in terra Scandinava prima del 10.000.

Prendiamo la cultura catalogata dagli esperti con il termine epigravettiano. Di cui abbiamo in Italia elementi decorativi rilevanti. Questa cultura indica una fase preistorica diffusa in gran parte dell’Europa.
Le condizioni climatiche del pleniglaciale würmiano ne hanno pesantemente condizionato l’habitat umano.
Attorno a 20 000 anni fa, difatti assistiamo ad alcuni fenomeni interessanti:
– [ ] Il frazionamento dell’abitato umano, che mise in crisi la rete di rapporti tra i gruppi di cacciatori.
– [ ] La grande vastità di aree non abitate.
– [ ] La formazione di aree con una relativa densità di gruppi umani, dove le risorse alimentari.
– [ ] il principio di POPOLAZIONE esteso soprattutto in Europa nord orientale.
Qui lo svilupparsi di centri abitativi PERMANENTI. Soprattutto nella aree di riferimento che collochiamo come matrice dell’archè a cui si fa riferimento con il Vanatrú Italia, per cercare di dare al popolo dei Giganti / Demoni del Nord la discendenza come seme di tutta la tradizione europea.

Nell’ambiente della tundra e della steppa-tundra erano già sorti accampamenti come Kostienki nel Bacino del Don, nei quali si ipotizza la presenza di almeno 100-150 persone. In questi accampamenti le abitazioni, i focolari, le fosse destinate alla conservazione della carne, i depositi di ossa hanno una precisa distribuzione all’interno di recinti che delimitano l’area residenziale: l’esistenza di recinti è un atto rituale riscontrato nella legge dei Gotlandesi, che troveremo in molte pratiche vichinghe.

Il mammuth offriva il cibo, e le sue ossa erano materiale per costruire le capanne, come combustibile per i focolari, come materiale per fabbricare strumenti, armi, ornamenti, opere d’arte figurativa.

(Le popolazioni maglemosiani (proto-nordici della varietà dalo-falica) di queste correnti, furono classificati come parte del ceppo cro Magnon ed attivo in Scandinavia).

Anche se ci si fosse un minimo di 10 strutture, questo definirebbe una fetta di popolazione (stanziata o meno) sul territorio pertinente. Per cui l’assenza di popolazione e cultura è INACCETTABILE. Soprattutto da chi fa blog e siti a carattere disinformativo ed allusivo (puntualmente contro fazione Vanatrú).

Dopo la fase citata abbiamo la Cultura di Amburgo 13500 a.C. c.a. 11200 a.C. c.a. abbiamo la fase Ahrensburg 11200 a.C. c.a. 9500 a.C. c.a.

Fasi che riscontrano le forti correlazioni a livello decorativo che poi hanno una grande esplosione nella cultura ad imbuto di cui abbiamo sommariamente tracciato.

Troviamo interessante lasciare la traccia dall’articolo:

Teschi mesolitici rivelano strani rituali di sepoltura in Scandinavia

L’arte sacrificale mi riconduce a traccia rilevanti che trovate ripercorse nei nostri volumi dove si definisce la Deità legata al fattore rigenerante e distruttivo tipo dei Jötnar (fase demonologica di ogni genio inteso universalmente come il primo comunicatore).

Doveroso per noi menzionare che il paleolitico aveva dapprima il tempo scandito in lunari, non solari in particolar modo dai “pleniluni”, molto importanti per la luminosità dell’astro. Questo veniva registrato intorno al 30.000 a.C. su un osso lavorato ritrovato nella regione di Les Eyzies de Tayac, nel Perigord francese.

Ci sono vari ossi, poi, decorati con tacche trasversali, segni interpretati da alcuni archeologi come dei “giochi aritmetici” ma che non hanno avuto a tutt’oggi una chiara e definitiva spiegazione.

Un’ipotesi assai accreditata vedrebbe questi segni non come semplici decorazioni ma come particolari “tacche per conteggi”. Secondo Alexander Marshack, ricercatore del Peabody Museum dell’Università di Harvard, si tratterebbe delle prime testimonianze di registrazioni del mutamento dell’aspetto della Luna.

Questa ipotesi pone in evidenza un probabile conteggio dei giorni che compongono le lunazioni (mese sinodico). Questo, probabilmente, perché tale periodo si prestava per le uscite per la caccia o per altre attività (spesso ritualistiche) confortate dalla luce della luna piena.

 

 

 

Si conservano ulteriormente: un osso inciso da tacche trasversali proveniente da Kulna, in Cecoslovacchia; un osso inciso da piccole tacche trasversali disposte su una linea continua a forma di “U”, proveniente da Gontzi, in Ucraina.

**Volutamente abbiamo lasciato la parte della colonizzazione e l’afflusso migratorio del popolo dell’estremo nord Europa, e le parti di civiltà strettamente connesse alle Deità Vanatrú, poiché abbiamo dedicato interi capitoli nei nostri volumi.

Non essendo qui la sede appropriata per versare tutte le scremature storiche ed archeologiche che ci hanno portato a quanto detto su questo articolo.

Invitiamo ulteriormente chiunque si diletta a “guardare” noi di guardare dentro le proprie responsabilità, e di chiedersi cosa fanno loro per cambiare il corso della storia, e per dare ai “loro Dei”, il posto “elitario” che meritano.

 

 

Per approfondimenti:
Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.
Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.
Laugrith Heid, Rún i tre aspetti di una Runa, Anaelsas Edizioni.

 

*Gli “share” senza citazione della fonte sono elemento di querela poiché si ledono gli elementi del copyright sanciti dalla legge italiana*

 

 

 

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