Skålgrop

Articolo di Federico Pizzileo 

L’età del Bronzo (che intercorre tra il 3000 ed il 1200 a.C.) e del Ferro (dal 900 al 700 a.C. nell’Europa Settentrionale) ci hanno riservato numerose scoperte in ambito archeologico per la raccolta  di  fonti che potessero servirci nella ripresa del Culto vanico, nonché di una visione dell’Europa avulsa da qualsiasi concetto cristiano-giudaico.

Tra le tante scoperte, appunto archeologiche, quella dei Skålgrop (al plurale Skålgropar) ha suscitato particolare interesse per via della loro funzione che altamente richiama il corso in esame. Si tratta di piccole coppelle, del   diametro che va dai 4 ai 10 cm e della profondità di 1-2 cm, solitamente scavate o create con appositi scalpelli in rocce, tumuli, pietre che raccolgono diversi petroglifi richiamanti riti funerari con simbolismi quali la croce solare (fig.1), piuttosto che immagini che richiamano partenze di navi, processioni, eccetera.

La loro presenza può essere riscontrata in tutta l’Europa Settentrionale, partendo dalla Danimarca, dove si possono facilmente trovare su antichi luoghi di sepoltura ma anche diverse rocce (interessante è il fatto che il Ministero della Cultura Danese promosse la mappatura e redazione di un testo intitolato Tro og Tradition in cui vengono elencati circa un migliaio di queste coppelle, in tutta la nazione).

Passando ovviamente per la Svezia, in cui sono molto comuni nel sud-ovest di Uppland (un inventario di 15-20 anni fa citava solamente 27.000 di questi), soprattutto a Veckholmslandet e nella zona di Enköpings. Ma la loro presenza si può attestare veramente in tutto il territorio svedese, basti vedere nel Högalidsparken(fig. 2), a Slagsta (fig. 3) e Söderby (fig. 4).

Anche in Norvegia la loro presenza viene attestata, sebbene con numeri differenti rispetto alla nazione svedese. Di fatti, dei 1.100 luoghi  in cui possiamo godere di incisioni rupestri, solo nove di questi contengono queste coppelle.

Una delle più grandi è Jærberget con 22 petroglifi che ritraggono navi e ben 70 coppelle…ed alcuni sono anche ben visibili nel centro di Oslo, senonché possono essere trovate anche nel West Yorkshire, in Inghilterra, sulla famosa Piper’s Crag Stone (fig. 5), una prominente roccia risalente sempre al periodo in esame.

Lo studio sul loro utilizzo e simbologia iniziò fin dal IXX secolo, dando vita a numerose teorie che abbracciavano diversi campi, tra cui quello del folk. Per iniziare a comprendere la loro funzione e simbologia, iniziamo a tracciare l’etimologia dei loro due nomi principali: Skålgrop e Älvkvarnar.

Immediatamente sovviene all’occhio la radice del primo termine in esame che richiama fortemente la stessa radice di quella del termine “calvaria” che diviene skallein svedese, norvegese, danese, altresì derivante dall’Old Norseskalli”. Ben chiaro è quindi il collegamento che si può creare con la calvaria di Ymir.

Per quanto invece concerne il secondo termine, la traduzione dello stesso inizia a dare un quadro maggiore di una delle teorie proposte da diversi studiosi; infatti “Älvkvarnar si traduce in “mulini degli Elfi” o “mulini fluviali”, quindi ci giunge il suggerimento di come queste coppelle potevano rappresentare una coppa sacrificale ai svartálfar, e quindi, di riflesso, un richiamo a pratiche necromantiche ma anche di collegamento con gli spiriti del luogo, chiamati landvættir, come si può comprendere  con un’altra teoria che identifica questi “mulini”, come macinatori in quanto veniva più volte offerte le ossa di defunti rese in polvere, con l’idea che appunto potessero rendere rigogliosi i campi (la connessione tra i Vani e la necromanzia continua…).

Agli inizi degli studi, le prime teorie portate avanti dagli archeologi e studiosi, identificavano queste fossette o coppelle come raccoglitori di sangue sacrificale (di fatti numerosi vennero trovati in pendenza rispetto ad altri) e quindi successivamente intesi come contenitori di un po’ di liquido.

Ecco che da questa ipotesi continuò lo studio l’archeologo Oscar Almgren, il quale, nel suo libro “Hällristningar och kultbruk” del 1927, suggerì la visione di queste coppelle come costituite da un corredo simbolico che collegasse con la Dea della Terra (riconosciuta in Nerthus come possiamo apprendere dagli scritti di Tacito nel suo Germania, e collegando anche il nome collegato all’acqua, ai fiumi) ed attività di culto della fertilità e della morte.

A Tensta, infatti, il campo funerario rinvenuto dagli scavi di archeologi come GunnarEkholm, risalente all’Età del Ferro, aveva nome “Gödåker”, successivamente interpretato in “Va mia Dea” (una sorta di invocazione). Proprio in queste tombe, furono rinvenute numerose coppelle sacrificali, insieme ad ossa bovine, di cani ed esseri umani.

Infine, la teoria più recente, richiamerebbe la credenza che la creazione di queste coppelle potessero essere state a scopo sciamanico, per merito del particolare suono evocativo che viene generato tramite queste stesse, che poteva servire allo sciamano, nell’apertura del canali con i vari mondi.

A sottolineare questa ipotesi, vi furono degli scavi a Håga, nell’estate del 2000, in una casa risalente sempre al periodo a.C.. L’edificio consisteva in muri di pietra che formavano un rettangolo con larghezza di 3 metri e lunghezza di 25. In una delle estremità della parte più corta, si poté scorgere un blocco di pietra che differiva dagli altri e tramite alcuni altri scavi furono rinvenute ben 14 buche di cui la più grande e profonda generava un suono talmente particolare che ricordava il battere del tamburo, su cui, in pratica estatica, i seiðmaðar e le seiðkonar “viaggiavano”.

Tutt’oggi il folk scandinavo (in particolare quello svedese) richiama alla memoria l’utilizzo di queste coppette come fonte collegata alla morte che è vita e fertilità: durante la seconda metà del 1800, a Dalsand, in un particolare periodo di scarso raccolto, gli abitanti di una cittadina chiamata Tisselskog decisero di dedicare le loro preghiere a Dio, non trovando alcun riscontro. Nella disperazione allora si orientarono scegliendo di utilizzare metodi “antichi”: scelsero due ragazzi e lasciarono che i due si accoppiassero (richiamando il rapporto tra Freyr e la gigantessa Gerðr, inteso in senso di fecondità del suolo – vedesi anche il petroglifo raffigurante una ierogamia di Vitlycke, Tanum, 1000 a.C. circa, foto 6) come in un rituale, lasciando scivolare il seme maschile in queste coppelle, miscelandolo con dei chicchi di grano e spargendo sul terreno il risultato, ottenendo un decisivo incremento del raccolto di quegli anni.

 

 

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