Elmi cornuti e rituali dell’Età del Bronzo

a cura di Federico Pizzileo

Oggigiorno vantiamo diversi oggetti e artefatti di valore provenienti dall’Età del Bronzo Nordica, ma in questo articolo voglio concentrarmi principalmente su due: gli elmi di Viksø.

Come sottolineato dalla stessa Vandkilde, questi aprono uno spiraglio verso un’analisi più approfondita dei culti europei prima della cristianizzazione, e richiamano a un tempo mitico in cui l’incursione degli Indoeuropei a livello ideologico non era ancora stata completata, facendo luce su molti temi dibattuti anche oggi.

Lo scavo di Brøns Mose

Durante gli scavi archeologici effettuati a Brøns Mose, un’area che fa parte di un vasto territorio a nord-est dello Zealand, lungo il fiume Værebro, emersero diverse tracce di offerte rituali preistoriche, ma anche altri frammenti e oggetti di indubbio interesse.

Dopo qualche giorno di lavori vennero recuperati dal sottosuolo due elmi disposti su una struttura in frassino che, grazie all’analisi al radiocarbonio, oggi sappiamo essere molto più antica del 1200 a.n.e..

In seguito a questi ritrovamenti vennero interpellate diverse fonti per capire come mai, proprio in quel luogo, erano stati lasciati due oggetti così particolari. Grazie a una mappa del 1800 si riuscì a risalire a un aspetto molto interessante: durante l’Età del Bronzo, quel luogo era coperto di acqua, praticamente un lago, un’estensione di Løged Sø – e in effetti anche il nome ‘Viksø’ suggerisce qualcosa relativo all’acqua situata in uno spazio aperto.

Le indagini sul ritrovamento

Il fatto che gli elmi siano due non è casuale, e sicuramente il numero nasconde un significato più profondo, perché ha molto a che fare con altre rappresentazioni relative a culti legati a immagini divine doppie.

In effetti, anche prima della scoperta di questi resti, la discussione circa l’aspetto rituale e di culto dell’Età del Bronzo Nordica aveva affascinato e interessato quanti, come Almgren, avevano concentrato la ricerca offrendo lavori seminali sulle iscrizioni rupestri e petroglifi e fornendo numerose considerazioni su cui altri studiosi hanno posto le basi per capirne le dinamiche (vedi quest’altro articolo per approfondire).

Citiamo a esempio Andrén, Jennbert e Broholm, i quali supportano da un lato un interessante visione della simbologia di pratiche cultuali di una sorta di pre-protostorica religione, dall’altro una possibile associazione anche a livello militare, che però ha pochi elementi a sostegno.

Interessante visione invece quella di Thrane, il quale propone un’analisi circa l’utilizzo di questi elmi connessa visceralmente al culto del Tempo Mitico, del Sole eterno, delle Deità autoctone, e che si collega alla disamina di autori precedenti circa l’attuazione cultuale di processioni che servivano per acquietare e garantire la fertilità della propria comunità, e al tempo stesso anche la morte come punto di svolta, per quanto crudele.

A nostro avviso ricorda certamente quanto raccontato da Tacito per quanto concerne l’adorazione e ritualizzazione di Nerthus presso i Germani:

«Dopo i Longobardi vengono Reudigni, Auioni, Angli, Varni, Eudosi, Suardoni e Nuitoni, tutti ben protetti da fiumi e foreste. Non c’è nulla di importante da dire riguardo a questi popoli tranne il fatto che tutti adorano Nerthus, che rappresenta la Madre-Terra. Credono che lei si interessi degli affari degli uomini e che li guidi.

Su un’isola nell’oceano si trova un bosco sacro in cui si trova un santo carro coperto da un drappo. Solo a un sacerdote è permesso di toccarlo. Egli è in grado di sentire la presenza della dea quando si trova nel santuario, e la accompagna con grande riverenza mentre si muove sul carro trainato da tori.

Si festeggia ovunque quando decide di fare l’onore di presentarsi. Nessuno va in guerra, nessuno usa armi, si vive in pace e quiete finché la dea, avendone avuto abbastanza della compagnia degli uomini, viene infine riaccompagnata dallo stesso sacerdote presso il suo tempio. Dopodiché il carro, il drappo e, se mi credete, la divinità stessa fanno il bagno in una misteriosa vasca.

Questo rito viene svolto da schiavi che, appena finito il compito, vengono affogati nel lago. In questo modo il mistero viene mantenuto, e rimane la beata ignoranza riguardo al suo aspetto, concesso solo a chi è destinato a morire.»

(Tacito, Germania, capitolo 40)

Reputiamo sia infine interessante notare alcuni dettagli di entrambi gli elmi rituali:

  • Le corna puntano al cielo e, come quelle dei bovini, come i cavalli e le aquile, indicano sia i regni in alto, sia quelli in basso;
  • Sul lato c’è un disegno che ricorda il cigno, e che sappiamo essere di fondamentale importanza in ambito rituale per via delle sue peculiarità.
  • C’è anche una piccola stilizzazione navale, quindi simbolo del movimento e perciò di tutto ciò che comporta.

Questi e altri elementi chiamano sicuramente una visione vanica del rito e del mito, che collega attraverso pratiche della tipologia suddetta alla trasformazione, al mantenimento del fuoco e delle diverse parti dell’anima, come suggerisce anche il Raudvere, conferendo ulteriore capacità attraverso specifiche sigillature e simbologie.

Per approfondimenti: 

Laugrith Heid, La Stregoneria dei Vani, Anaelsas edizioni.


Laugrith Heid, Kindirúnar, Le Rune della Stirpe, Il Grimorio Necromantico, Anaelsas edizioni.


Laugrith Heid, Rún, i tre aspetti di una Runa, Anaelsas edizioni.


Laugrith Heid, Helvíti Svarturgaldur, Manuale pratico di Opera Necromantica Nord Europea, Anaelsas edizioni.


Laugrith Heid, Tröld*R: il Fjölkynngisbók. Magia, Stregoneria e Folk Nord Europeo, Anaelsas edizioni.

*Gli “share” senza citazione della fonte sono elemento di querela poiché si ledono gli elementi del copyright sanciti dalla legge italiana*

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